venerdì 18 gennaio 2008

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Microspie e notizie date ai boss
queste le accuse al governatore
di ALESSANDRA ZINITI

PALERMO - Otto anni di carcere. Questa era la richiesta per Salvatore Cuffaro dei pm Maurizio de Lucia, Michele Prestipino e Giuseppe Pignatone. Rivelazione di notizie riservate ma soprattutto favoreggiamento aggravato a Cosa nostra i reati contestati al governatore per il quale, pure, una parte della Procura (in disaccordo con la linea dei titolari del processo) avrebbe voluto aggravare in extremis il capo di imputazione in concorso esterno in associazione mafiosa.
Un contrasto che ha prodotto l'abbandono, in corso di dibattimento, di uno dei magistrati assegnatari del fascicolo, Nino Di Matteo.

Le accuse. La sintesi delle accuse rivolte al presidente è tutta nella chiosa con la quale il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone ha concluso in aula la requisitoria: "La condotta di Cuffaro è proprio dei giorni in cui veniva eletto presidente della Regione e faceva eleggere deputato Antonio Borzacchelli che - come dice il pentito Francesco Campanella - serviva per proteggerlo dalle indagini in corso. Una fotografia di rara nitidezza e di altrettanto rara concretezza di quel particolare fenomeno criminale che viene comunemente indicato con l'espressione "intreccio mafia-politica-affari-coperture istituzionali".

Ma ecco, uno per uno, i fatti per i quali i pm ritengono di avere inchiodato Cuffaro alle sue responsabilità.

I rapporti con Guttadauro. Innanzitutto l'episodio sul quale si gioca lo snodo fondamentale del processo: quello della "mafiosità" del presidente, del suo rapporto, mediato dall'ex assessore comunale Mimmo Miceli, con il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. A lui, secondo l'assunto accusatorio, Cuffaro avrebbe fatto giungere la notizia, appresa dall'ex maresciallo-deputato Antonio Borzacchelli, dell'esistenza di microspie nell'attico in cui parlava di affari, nomine di primari e di candidature alle Regionali del 2001. Quella microspia piazzata dal maresciallo Giorgio Riolo e ritrovata il 15 giugno del 2001 mandò a monte una grossa indagine sulla cosca di Brancaccio ma fece in tempo a rivelare che la candidatura di Mimmo Miceli nella lista dell'Udc fu decisa proprio in quel salotto. Ne era consapevole Cuffaro? E soprattutto voleva aiutare Cosa nostra rivelando al suo amico Miceli dell'esistenza di quella microspia a casa Guttadauro?
Per la difesa non c'è alcuna prova e tantomeno lo è l'ormai famosa frase attribuita alla moglie di Guttadauro "ragiuni avìa Totò Cuffaro" registrata dalla microspia al momento del suo ritrovamento. Frase, rivelata dallo stesso Riolo, che nessuna perizia ha mai sentito compiutamente.

I rapporti con Aiello. Al suo amico imprenditore della sanità Cuffaro avrebbe rivelato l'esistenza di una indagine segretissima in corso in Procura e soprattutto il disvelamento della sua rete riservata e l'iscrizione nel registro degli indagati dei marescialli Ciuro e Riolo. Le notizie sarebbero state date nel corso di un singolare incontro tra Cuffaro e Aiello in un negozio di abbigliamento di Bagheria nel quale il governatore si sarebbe recato liquidando la scorta. Circostanze tutte ammesse persino da Aiello, ma negate da Cuffaro che ha ammesso solo di aver parlato della modifica del tariffario regionale. Manca la prova della fonte, romana o palermitana, che avrebbe girato al governatore la notizia riservatissima. Per questa accusa il presidente risponde solo di favoreggiamento semplice.

I rapporti con Riolo. Le ammissioni del maresciallo del Ros hanno messo molto in difficoltà Cuffaro che, secondo i pm, ha più volte mentito quasi negando un rapporto di vecchia data con l'investigatore che, oltre a fargli personalmente un paio di bonifiche a casa e in ufficio a caccia di eventuali microspie, lo avrebbe sempre tenuto informato su eventuali iniziative dei carabinieri o della magistratura a suo carico. E alla fine, temendo che Riolo potesse parlare, Cuffaro avrebbe persino dato la sua disponibilità alla proposta di Borzacchelli di un regalo in denaro per risolvere alcune sue difficoltà economiche. I rapporti con Campanella. Le accuse dell'ex amico e consulente sono l'ultima spina nel fianco del presidente. Che anche a lui, in un incontro avvenuto sotto il ficus di Palazzo d'Orleans, avrebbe rivelato l'esistenza di un indagine che aveva messo a nudo i rapporti tra l'ex presidente del consiglio comunale di Villabate e i boss del paese, Antonino e Nicola Mandalà.

(18 gennaio 2008)

fonte repubblica.it

sabato 5 gennaio 2008

come scoprire se sei il telefono e intercettato dalla polizia


E' allarme sul web. E c'è anche chi chiede l'intervento di Beppe Grillo Sei intercettato? Per scoprirlo digita «08» Una sequenza consentirebbe di sapere se il proprio telefono è sotto controllo. Ma è solo una leggenda metropolitana STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
MILANO - Vuoi sapere se il tuo telefono cellulare è sotto controllo? Digita «08» e invia la chiamata. E se a rispondere dall'altra parte sono i carabinieri, allora vuol proprio dire che le tue conversazioni sono ascoltate. La leggenda metropolitana circola da tempo nel web, ma la vicenda delle

Una ragazza parla al cellulare in centro Milano (Fotogramma)
intercettazioni legate al caso Bankitalia-Antonveneta e la nuova legge che il governo ha studiato per limitare il ricorso ai controlli sulle utenze l'hanno fatta tornare di attualità. Ma, per quanto suggestiva, è appunto solo una bufala.
LA VERIFICA - Alcuni modelli di telefonino consentono effettivamente un contatto diretto con l'Arma digitando la sequenza indicata, ma le intercettazioni non c'entrano proprio nulla. Anche perché sarebbe quantomeno bizzarro che le forze dell'ordine lasciassero all'intercettato la possibilità di verificare l'esistenza di controlli - che per ragioni di indagine dovrebbero ovviamente restare riservati - sulla sua utenza. E oltretutto il giochino non funziona con tutti i telefoni.
«PRONTO CARABINIERI» - Si tratta in realtà di un dispositivo adottato da alcune case produttrici che inseriscono di default il 112 come chiamata di emergenza. Lo «08», in certi modelli, è già predisposto come chiamata rapida per il pronto intervento e, in generale, qualunque apparecchio è in grado di collegarsi direttamente con i carabinieri. Succede ad esempio digitando un qualsiasi tasto dopo avere rimosso la sim card. «Il 112 - spiegano alla centrale operativa del comando milanese di via Moscova - è il numero standard delle emergenze in Italia e alcuni cellulari sono già programmati per attivarlo con qualunque tasto. In questo modo anche una persona in fin di vita o in difficoltà può far partire la richiesta di soccorso senza dover digitare il numero esatto».
UTENTI ALL'OSCURO - Ma non tutti i telefoni sono abilitati a questo tipo di funzione e gli stessi utenti non sanno, nella maggior parte dei casi, della possibilità di effettuare queste chiamate di emergenza. Non solo: il meccanismo è oscuro anche ai call center delle case produttrici di telefono che, interpellati sulla vicenda, hanno risposto di non essere a consocenza di casi simili. Qualcuno ha parlato di possibile difetto del singolo apparecchio («strano che l'utente non si sia rivolto ai nostri centri assistenza»), altri hanno rimandato la questione ai gestori delle linee. Ma Telecom Italia Mobile precisa di non avere alcun ruolo: «Una volta digitato 08 - spiegano dall'ufficio stampa - la centrale telefonica si aspetta altri numeri perché considera quelle due cifre come l'inizio di un prefisso». Qualche azienda produttrice ammette che effettivamente alcuni modelli sono predisposti con la chiamata d'emergenza sullo 08, ma si tratta spesso di apparecchi con software ormai superati.
«BEPPE PENSACI TU!» - La leggenda del telefono sotto controllo, nel frattempo, sta facendo il giro della rete come una catena di Sant'Antonio e diventa protagonista di blog e forum di discussione. Qualcuno prova ad azzardare una risposta: «E' un difetto nel software del telefonino», «E' un metodo previsto dai produttori per forzare la chiamata di emergenza, tutto normale». «Per controllare se si è sotto controllo il metodo è un altro: basta guardare l'Imei che appare sul display: se è diversa da quella stampata sull'apparecchio vuol dire che vi spiano». E c'è anche chi, nel corso di una discussione su intercettazioni e dintorni sul sito di Beppe Grillo, ha segnalato il caso e chiesto l'intervento del comico genovese: «Cosa vuol dire tutto questo? Beppe, pensaci tu».
SCHERZI E INSULTI - Che i telefonini senza scheda consentano comunque di chiamare il 112 è invece cosa ben risaputa a molti buontemponi che ne approfittano per fare segnalazioni fasulle o per insultare i militari che rispondono dall'altro capo, sapendo che senza la sim è praticamente impossibile essere rintracciati in tempo reale. Il risultato sono perdite di tempo da parte degli operatori al telefono e, in alcuni casi, uscite a vuoto delle pattuglie. Il giochino dello «08» è diventato anche occasione per burlarsi degli amici: «Dite loro che il telefono è sotto controllo e fategli fare la verifica - suggerisce Ivan78 su un forum online -: vedrete come se la faranno addosso appena dall'altra parte risponde il carabiniere». Un consiglio che forse in molti hanno già iniziato a seguire: «Chiamate di questo genere ne riceviamo spesso - confermano al 112 -. Ci chiedono se è vero che stiamo intercettando le loro chiamate». E la risposta? «Ovviamente è negativa».
A. Sa.
23 settembre 2005


fonte corriere della sera.it