di CARLO RAGGI
DOPO IL telefono cellulare trovato nella disponibilità di un detenuto ‘eccellente’, dopo la batteria (di un altro ‘telefonino’) trovato nella cella di un tu...
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di CARLO RAGGI
DOPO IL telefono cellulare trovato nella disponibilità di un detenuto ‘eccellente’, dopo la batteria (di un altro ‘telefonino’) trovato nella cella di un tunisino, ecco spuntare, è il caso di dirlo, sempre in una cella del carcere di via Port’Aurea, un coltellaccio, di quasi venti centimetri tutto compreso: 8,5 centimetri di lama e undici centimetri di manico. Si tratta di una micidiale arma con cui è ben facile uccidere una persona. Il coltello è stato trovato in una cella in cui, al momento della perquisizione, c’erano cinque detenuti.
MA NON È TUTTO. Se compaiono telefoni e coltelli (e anche droga), se c’è chi chiede denaro agli avvocati, nella casa circondariale di via Port’Aurea c’è anche qualcosa che scompare: sono le microspie installate in una sala interna e finalizzate all’ascolto dei colloqui fra detenuti, nelle pause degli interrogatori effettuati da un pubblico ministero nell’ambito di una delicata inchiesta. Insomma, ogni giorno che passa, questa nostra inchiesta sugli scandali all’interno del carcere si va sempre più incrementando di fatti che appaiono incredibili e che necessariamente dovranno costituire oggetto di una inchiesta unitaria con uno scenario ben preciso: e cioè che qui non ci sono tanti casi isolati di influenza, ma c’è un’epidemia. Che risponde a ipotesi di reato che si chiamano corruzione e concussione.
ANDIAMO con ordine. Il sequestro del coltello risale a poco tempo fa, esattamente alle 8 del mattino del 12 settembre scorso. La Polizia penitenziaria entrò nella cella, effettuò una perquisizione e trovò l’arma. Fu una perquisizione a sorpresa, come quella che permise il sequestro del telefonino: nel carcere di Ravenna, come in qualunque carcere, le perquisizioni sono routinarie e difficilmente portano alla scoperta di qualcosa. Perchè i detenuti si sentono ben ‘sicuri’. Se invece qualcosa si trova, allora significa che c’è stata una ‘soffiata’ inaspettata. Nella cella perquisita in quel momento c’erano cinque detenuti: un marocchino di 34 anni, un tunisino di 44, un uomo di 49 anni di Cesenatico, un ravennate di 31 e un ‘detenuto eccellente’, un catanese di 55 anni, da decenni residente a Ravenna. Ovvero, lo stesso che aveva il cellulare. Sono tutti e cinque indagati per detenzione abusiva di coltello di genere proibito e il fascicolo relativo all’indagine preliminare è affidato al pm Silvia Ziniti. Se trattato così, come una normale detenzione abusiva di arma, rischia di finire con l’emissione di un decreto penale di condanna. Quando invece questo come gli altri episodi potrebbero essere letti in una ben diversa ottica: il carcere non è posto in cui i coltelli possono circolare e se si trovano, come per il telefonino, allora significa che qualcuno non ha fatto i dovuti controlli. Per non ipotizzare qualcosa di diverso e ben più grave.
VENIAMO ALLE microspie. Negli uffici della Questura o dei Carabinieri è tecnica investigativa ricorrente posizionare microspie nelle sale destinate ad accogliere testimoni o indagati in attesa di essere sentiti; allo stesso modo accade in carcere quando il pm dispone interrogatori di detenuti. O anche nelle sale—colloqui con i familiari. Nel corso di un’inchiesta, sembra per droga, condotta dal pm Cristina D’Aniello, in una sala della casa circondariale erano state fatte inserire microspie per ascoltare i colloqui dei detenuti che si trovavano insieme nelle pause degli interrogatori, protrattisi per diversi giorni. A un tratto gli investigatori si sono accorti che non veniva registrato più alcun colloquio. Si è ben presto compreso il motivo: erano scomparse le microspie. Chi le aveva rimosse? E ciò era stato compiuto per dabbenaggine o per dolo?
educhiamo
4 mesi fa


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